Lizzani è andato via. Come Monicelli hanno detto tanti. Peggio di lui, ha scritto qualche mascalzone.
Quando te ne vai, sei da solo e te ne vai a modo tuo. Tuo e senza precedenti.
E’ già fastidioso che ti paragonino a qualcuno da vivo ma almeno puoi replicare o reagire; ingiusto e vigliacco che lo facciano quando muori.
Con voce cordiale mi chiese di richiamarlo e quando lo feci mi confermò la sua presenza e mi ringraziò. Sinceramente.
In un mondo in cui ci si crede importanti facendo provini per il grande fratello, quel grazie non indicava solo gratitudine vera ma testimoniava umiltà e intelligenza. L’intelligenza di chi sa che non si arriva mai e che hai sempre da imparare, dal piccolo, dal bello dal brutto, da chiunque. E l’umiltà ti pone in una condizione di ascolto privilegiato, necessariamente diversa dal “so già tutto”. Un Maestro con la voglia di imparare, non in cattedra ma fra i banchi, in prima fila per il piacere della scoperta guidata dalla curiosità. Nel suo caso, la curiosità per l’arte.
Quando lo rividi, la sera della prima, si fermò con noi, scambiando due parole con Augusto ed il resto della compagnia. Ciò che mi rimane impresso è la sua figura, cordiale, sorridente ed una certa “eleganza interiore” che non saprei definire se non come un soffio di inchiostro lasciato in punta di penna.
Una penna che molti (per esempio fra i giornalisti che ne hanno commentato la sorte) non sanno neanche usare.