Daniele Davì

Lizzani se ne va in punta di penna

Lizzani è andato via. Come Monicelli  hanno detto tanti. Peggio di lui,  ha scritto qualche mascalzone.

Quando te ne vai, sei da solo e te ne vai a modo tuo. Tuo e senza precedenti.
E’ già fastidioso che ti paragonino a qualcuno da vivo ma almeno puoi replicare o reagire; ingiusto e vigliacco che lo facciano quando muori.

 

Il mio personale ricordo è legato ad un singolo episodio in cui ebbi la fortuna di scambiare due parole. Stavamo finendo la preparazione del Riccardo III per la regia di Zucchi, quando alla fine delle prove, Augusto diede a ciascuno di noi attori delle liste di amici e colleghi che voleva invitare alla prima e che avremmo dovuto chiamare noi, per suo conto. A me capitò il Maestro Lizzani.
Con voce cordiale mi chiese di richiamarlo e quando lo feci mi confermò la sua presenza e mi ringraziò. Sinceramente.
In un mondo in cui ci si crede importanti facendo provini per il grande fratello, quel grazie non indicava solo gratitudine vera ma testimoniava umiltà e intelligenza. L’intelligenza di chi sa che non si arriva mai e che hai sempre da imparare, dal piccolo, dal bello dal brutto, da chiunque. E l’umiltà ti pone in una condizione di ascolto privilegiato, necessariamente diversa dal “so già tutto”. Un Maestro con la voglia di imparare, non in cattedra ma fra i banchi, in prima fila per il piacere della scoperta guidata dalla curiosità. Nel suo caso, la curiosità per l’arte.

Quando lo rividi, la sera della prima, si fermò con noi, scambiando due parole con Augusto ed il resto della compagnia. Ciò che mi rimane impresso è la sua figura, cordiale, sorridente ed una certa “eleganza interiore” che non saprei definire se non come un soffio di inchiostro lasciato in punta di penna.

Una penna che molti (per esempio fra i giornalisti che ne hanno commentato la sorte) non sanno neanche usare.